Autunno dentro – Cimeli vintage, fiori secchi e spezie

Sono totalmente affascinata dall’autunno. Me ne accorgo più che mai quest’anno. Quasi non mi va di farlo scivolare via così presto.
La natura in autunno è incredibilmente viva a suo modo, dietro quell’apparente decadenza la sua bellezza pulsa nei colori della ruggine e del vinaccio, nell’aria fresca, nel cielo, a volte, incredibilmente terso.
Non potendo passare tutto il giorno fuori, un po’ di autunno me lo sono messo in casa, decorandola con fiori e materiali secchi.
Cannella e ortensia come a tracimare da piccoli vasetti, anice stellato a impreziosire, foglie di protea a richiamo della leggerezza, un mazzetto di sfioriture del fiore di loto come rami semi spogli, centrotavola di zucche bianche, piccoli davanzali fioriti indoor, un bouquet di fiori secchi appeso al muro..  il tutto utilizzando i miei “cimeli” vintage, i miei oggetti della nonna ereditati e quelli scovati in giro per i mercatini. Così le ortensie stanno in mezzo ai merletti dentro piccoli contenitori dove si faceva macerare la carne, il mazzetto dentro una bottiglia anni ’50, un bouquet a fuoriuscire da una splendida brocca di porcellana francese di fine ‘800, l’anice stellato nel porta sale vintage.
Trovo bello che anche l’interno della casa cambi nei suoi dettagli decorativi a seconda della stagione. Io credo che i fiori secchi come l’uso di alcuni materiali naturali vadano rivalutati e usati nuovamente e più spesso, reinterpretandoli in chiave contemporanea.
Si può iniziare ripetendo “no, i fiori secchi non sono anni ’80” 🙂 …e se proprio non ce la fate, pensate che persino gli anni ’80 qualche anno fa sono tornati di gran moda.
Qui trovate qualche foto di quello che ho fatto:

Buonanotte,

R.N.

Riproduzione Vietata

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Cartoleria a vista

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Gli oggetti di cartoleria sono una delle cose che più mi piacciono. Si tratta di un amore antico che mi porto dietro dall’infanzia, rimasto ancor oggi intatto. Da piccola collezionavo gomme di tutte le forme, la mia scrivania straripava di quaderni, colori, matite, biglietti, bigliettini.. I miei genitori, avendo intuito questa passione, sapevano che più di un giocattolo, di una bambola, di un vestito o di un qualunque altro oggetto avrei preferito un piccolo blocco note, un adesivo, una semplice penna in dono.
Non che fossi una creativa, ero assolutamente negata per il disegno e non avevo neanche la fantasia necessaria per provarci, non credo poi scrivessi chissà cosa, visto che questo succedeva già prima dei 6 anni.
Era proprio un’adorazione degli oggetti in sé, delle loro forme e colori, forse, inconsapevolmente, ero attratta dalle loro infinite possibilità, tanto più che mi sforzavo di lasciarli quasi integri: fogli e fogli di carta bianca e dai colori pastello, scatole di penarelli nella loro perfetta sequenza cromatica, matite affilate. Toccavo con mano, quasi accarezzando le pagine e mi avvicinavo anche per sentirne l’odore. Per me gli oggetti di cancelleria avevano un buon odore, ricordo forte quello delle matite e dei fogli. Se dovevo scegliere per quali strade passeggiare, di sicuro strascinavo il povero adulto di turno in una delle mie cartolerie preferite e cadevo in una totale contemplazione, camminando lenta lenta in ogni corridoio per non perdermi nessun particolare. Bene, nel tempo non penso sia cambiato tanto, scelte grafiche diverse probabilmente, ma nulla di più.
Arriviamo al punto: sono in ferie, e il mio studio (ho sempre desiderato avere uno studio), è un totale casino, un accumulo di scartoffie inutili e oggetti di ogni tipo stipati nei cassetti durante tutto questo anno a coprire letteralmente tutte le cose da me più amate.
Quindi ho deciso di affrontare la noiosa pratica “sistemiamo scrivania e cassetti” in maniera più creativa. Mi sono chiesta quale senso avesse tenere nascosto allo sguardo cose che ricerco in giro e che adoro guardare, quindi ho scelto di tirare fuori tutto ciò che più mi piace e di “metterlo a vista”.
La mia collezione di matite e matite colorate vintage nelle loro scatole originali, ereditate da mio padre, scatolette porta punti anni ’60, pennarelli, gomme, tutti i miei washi tape. Proseguirò poi con quaderni, block notes, biglietti e altro.
Ho deciso che dovevano essere parte integrante dell’arredo stesso del mio studio, per renderlo vivo dei suoi abitanti e rinvigorire la mia ispirazione attraverso le loro forme e colori. Essendo anche una appassionata ricercatrice di oggetti di seconda mano nei mercatini, tra cui bottiglie e contenitori di vario genere, ho deciso di coniugare le due cose, iniziando parte del riordino, organizzando la cartoleria nei miei contenitori vintage. Per ora li ho appoggiati su una mensola davanti alla scrivania, quando avrò finito la rassegna delle cose da esporre, li comporrò in maniera più organica.
I washi tape li ho messi in una scatola che dalle linee mi sembra risalire al decennio ’60-‘70, una scatola di legno e silver, trovata in un mercatino a 5 euro, che, tra l’altro, dietro riporta la firma “Bruckmann”, casa tedesca in attività dall’800 fino gli anni ’70. Ho scelto di lasciarla aperta, grazie al rotolo dello spago che sostiene il coperchio, proprio per far sfilare i colori dei washi tape allineati. I pennarelli sono finiti dentro un contenitore di ceramica bianca con la scritta “caramelle” (3 euro), e il resto in un cestino di fil di ferro.
Inutile dire la gratificazione che ho provato dopo il primo riassetto.
Tutto può diventare un complemento d’arredo, soprattutto quello che più ci appartiene e che definisce gli ambienti che abitiamo.
Far convivere il passato con il presente, i ricordi con la presenza quotidiana e ritrovare nuova ispirazione per il futuro. Ordinare, arredando.

R.N.

Riproduzione Vietata

Billie Holiday, una carezza per l’anima

Eccomi tornata. Di mezzo c’e’ stato un trasloco e l’inizio di una nuova fase della mia vita. E’ piu’ di un mese che sono in questa casa e mi sono dovuta concentrare su alcune cose fondamentali tipo la sopravvivenza.
Ancora rido ripensando alla mia prima spesa di riserva che contava 12 dentifrici in offerta. Non so perche’ ho pensato che quel numero fosse adeguato. All’uscita del supermercato mi sono chiesta a cosa sarebbero serviti a me e ai miei posteri 12 dentifrici se mi fosse successo qualcosa nel giro di poco. Una progettualità probabilmente troppo lunga. Ho iniziato a scherzare con parenti e amici, proponendo dentifrici come merce di scambio per eventuali baratti. Oggi, ogni settimana che ne finisco uno, apro il cassetto con soddisfazione, prendendone un altro nuovo, pensando che non mi troverò nell’imbarazzante situazione di uscire di prima mattina in cerca di improbabili soluzioni.. Insomma non e’ stato poi un gesto così folle.
Una delle cose che più mi piace fare qui dentro per rendere mio questo posto e’ ascoltare Billie Holiday, spargendone le vibrazioni in tutte le stanze. Andate su You Tube, digitate ‘best of billie holiday’ e godetevi un’ ora di incanto, un’ ora fuori dal tempo, un viaggio in giorni mai vissuti, prendetevi questa carezza per l’anima, cullate i vostri dolori, sentite il sax risuonare dentro le vostre mura, chiudete gli occhi e lasciatevi andare sulle note del piano, ondeggiate sulla melodia di questi suoni, rilassatevi ascoltando la sua voce. Questa musica dilata il tempo, concedendo un piccolo momento di grazia. Con me funziona veramente. E’ una passeggiata fuori dal mondo in compagnia di voi stessi, e vi assicuro che non e’ poi così male.

Buonanotte.
R.N.

Sul tempo

wpid-wp-1441751936304.jpegBene, siamo tornati.
Inutile dire che sembra esser durato un soffio.
Sul tempo bisognerebbe scrivere un trattato, alcuni lo hanno fatto, ma bastano poche osservazioni banali a introdurne la questione.
A me il tempo non basta mai. Non mi bastava da piccola, al liceo, all’Università e non mi basta ora. Milioni di volte avrò pensato ‘Mi servirebbe qualche ora in più’, ‘Se solo avessi un’altra settimana! …Anche solo qualche giorno, sì, me ne bastano due o forse tre..’. Intere ore passate a fantasticare, rincorrendo minuti insesistenti e attimi già passati, come se quella manciata in più di tempo fosse vitale. ‘Non riesco a finire mi serve più tempo‘, rimuginavo come un disco rotto, questa frase martellava il mio cervello, mettendomi ulteriormente in affanno come il Bianconiglio, mentre studiavo di notte per le mie interrogazioni e poi per gli esami, durante la Tesi, al lavoro, quando scrivevo i miei Report con l’orologio puntato alla tempia, e ancora dopo, per l”elaborato finale’ del Master, la cui sola dicitura, che voleva edulcorare la fatica di un’altra tesi, mi metteva un’ansia incredibile fino a impugnare compulsivamente il calendario, sperando di scovare miracolosamente giorni dimenticati. Quante volte ho sperato che le cose venissero rimandate per donarmi la temporanea illusione di averlo finalmente acciuffato? Quante altre ho guardato freneticamente l’orologio per quel tempo che non bastava e per il tempo che non passava? Sì, perchè a correre lento è quello della noia, purtroppo, e non l’altro.
L’orologio della cucina di mia nonna è il primo che ho cercato, ho i suoi numeri scolpiti negli occhi, segnava l’inizio dei miei telefilm preferiti, del pranzo, della merenda, di Bim bum bam, del momento in cui avrei dovuto iniziare i compiti, di quando mi sarebbe venuto a prendere papà. Quell’orologio me lo sono portato via con me qualche anno fa, ‘non cammina più’ (come diceva mia nonna), è fermo ancora oggi all’1:30. Io lo lascio così perchè mi sembra avere un senso.
Quanti sospiri sul tempo che non torna?! Sempre il più bello. Quello delle vacanze non basta ancor prima di partire, argomento che fa scricchiolare anche la mia teoria sul fatto che tutti dovrebbero avere 4 settimane consecutive retribuite di ferie per riprendersi dalla vita.
E poi il tempo che non arriva mai, quello che non si ferma, quello negato, quello rimpianto.
Con il tempo noi, esseri umani, litighiamo.
E’ un Odi et amo a legarci.
Oggi mi sembra non bastare quello per tutte le cose che vorrei fare (che ancora non ho capito bene nei dettagli..) oltre a lavorare, mangiare, dormire e sbrigare altri obblighi.
Eppure per quante mattine mi è stato dato di svegliarmi? Quanti tramonti mi sono stati regalati? Quanti giorni, quante ore, quanti minuti? Tanti.
Vorrei fare pace con il tempo, profondamente pace, stare nel tempo, nel tempo esatto di ogni attimo che vivo, senza desiderarne altro o uno diverso.

RN

Riproduzione Vietata

Giorno 13: Saluti

wpid-wp-1441405550009.jpegE’ il giorno dei saluti, ma non degli addii, perchè pur sembrando tali, sono spesso degli arrivederci.
E noi ci siamo rivisti più di una volta, tante volte. Tre durante la mia infanzia e la mia adolescenza, tre nella mia vita adulta. E tu, cara terra, tieni unito questo filo, mi ricordi chi ero e chi sono, donandomi un senso di continuità. In te mi ritrovo, ritrovo la bellezza dei giorni passati e di quelli più recenti. Tieni unite le mie emozioni e i miei ricordi, ricostruendoli in questo quadro verde. Familiare tu a me sembri.
Mia madre diceva sempre che il giorno del rientro era comunque ancora un giorno di vacanza e che con quello spirito andava vissuto. Oggi, ripensando a quelle lontane parole, ho provato ad accantonare per un po’ la tristezza del dover andare. Abbiamo così deciso di svegliarci alle 730 per un ultimo lungo bagno di prima mattina. Il mare trasparente e piatto era tutto per noi o quasi, era anche per una madre con due bambini, per 2 ragazze con un cane, per un signore che camminava solitario in lontananza, soli di fronte a quel grande dono. L’ acqua fredda sulle gambe, il sole alle spalle e la voglia di buttarsi comunque e velocemente perchè il tempo non andasse sprecato. Nuotare quel poco mi ha tenuta sospesa. Ho lasciato lì le mie preocupazioni, abbandonato lì le mie malinconie. Ho tagliato i raggi del sole che battevano sull’acqua, chiudendo gli occhi, per sentire meglio le mie gambe e le mie braccia fluttuare, mi è sembrato di meditare. Benedetto bagno. Siamo andati via mentre una ragazza faceva il Saluto al Sole, mi è sembrato un bel commiato.
Tuffarci anche nel paesaggio prima di andare via, per questo abbiamo deciso di passare per il ‘Desert des Agriates’ e Saint Florent, per raggiungere Bastia. Strada piena di memorie. La costa con i suoi monti che digradano a orlare il mare è ben impressa nella mia mente.
Con quei colori negli occhi sono salita sulla nave, da dove ho guardato il mare per tutto il tempo per capire di cosa fosse fatto l’orizzonte.
”La stagione estiva è, ahimè, troppo breve” W. Shakespeare

RN

Giorno 12: Le piccole cose

2015-09-02 00.12.43Sono già piena di nostalgia prima ancora di tornare. Forse ho dormito male. Faccio foto per fissare questa luce e questo verde durante il mio caffè sulla veranda. Gli uccellini continuano a cinguettare e le gerbere ancora resistono. Forse mi devo solo riempire gli occhi, devo solo lasciarmi invadere da tutto questo. Fare una scorta di bello, invocare la mia presenza mentale per ogni minuto di tempo che rimane da spendere qui e crearmi una dispensa fitta di ricordi a cui attingere nei giorni freddi e cupi dell’anima. Ripenso alle “piccole cose“, su cui tanto la mia attenzione da ricercatrice si è concentrata negli ultimi anni, e subito stilo un elenco di alcune di quelle accadute qui, per aggrapparmici e non far scivolare via questi giorni:
– “Le tovagliette di carta naturale con manico” ricavate dalla busta della spesa e ritagliate a mano (letteralmente, non aveva le forbici) dal mio compagno. Al mio domandare interdetta, dopo l’occhiata al tavolo scarno, “ma sopra cosa mangiamo?! Ci siamo dimenticati..”, segue la sua sicurezza “non ti preoccupare, vedi, facciamo così..”, mentre apre la busta come un origami al contrario e sistema con cura i due rettangoli ricavati, ciascuno con la sua maniglietta, sulla tavola. Io sorrido piena di stupore e mi innamoro a prima vista di quelle tovagliette, finendo per collezionare poi tutte le buste di carta sparse per il bungalow per averle ogni giorno.
– Una piccola bambina bionda che cammina da sola all’imbrunire, ti guarda sul patio, ed esclama ad alta voce “Bonjour!”, alla quale tu pure rispondi “Bonjour!”, nonostante sia sera.
– La candela accesa sul tavolo della veranda con la sua bella luce e vedere accedersi progressivamente quelle degli altri le sere successive.
– Una partita a ping-pong dalla quale torni sudato come se fossi passato per Wimbledon.
– Una persona che cucina per te, che ti ama, che ti abbraccia la sera e ti bacia la mattina.
– Una pasta, che sembrava destinata a fallire miseramente la cottura del suo condimento a causa dei fornelli elettrici (dopo mezz’ora, si accennavano solo timidi movimenti nell’acqua e nell’olio) ma che, grazie alla sua perseveranza, è venuta migliore di quella di un qualunque ristorante.
–  Un microbo che sgambetta sulla spiaggia con una tutina blu dai profili arancioni e il cappellino in tinta, tutti i giorni vestito allo stesso modo (forse poco più di un anno), che una mattina vedi andare incontro, sorridendo e a braccia aperte, alle sorelle, per farsi abbracciare da loro, che a turno lo aspettano felici e lo stringono.
– Una passeggiata.
– Un tramonto sul mare.
– Un paesaggio.
– Un libro.
– La musica.
– Una penna.
Così, ripensando, ti accorgi che non sono poi cose così lontane e irraggiungibili a renderti felice, che non servono lussi o estremi per farti sentire vivo, ma che basta guardare nel palmo della mano che tutti i giorni ti porti dietro anche quando non sei in vacanza. La felicità è in una stretta.

RN

Giorno 11: Turchese

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Seduta sulla spiaggia, un incanto di mare turchese di fronte e una barca a vela a tagliare l’orizzonte. Mi chiedo quante ore potrei stare a guardare tutto questo. Non lo so, non lo so veramente, potrei perdere la cognizione del tempo. Guardo la riva, ripenso al colore acquamarina, e solo ora mi sembra di vederlo per la prima volta. Capisco profondamente, forse solo adesso, perchè il blu, nella cromoterapia, è associato alla calma e alla serenità. La tranquillità diffusa da quest’involucro azzurro in cui mi sento immersa è terapeutica. Sembra di essere in acqua ancor prima di entrarci. Tutto questo perdersi mi piace. Io, che poi non amo così tanto il mare che mi spaventa, ne sono invece irresistibilmente attratta e mi piacerebbe ‘saper nuotare come nuotano i delfini’, come cantava Bowie, ‘e rubare un po’ di tempo’ almeno ‘per un solo giorno’. Inizio a pensare che le stagioni abbiano un senso e vadano vissute nei loro luoghi, assecondandone i tempi. Anche i pensieri qui si dissolvono per lasciare spazio alla possibilità di accogliere tutto questo infinito.

RN