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Cartoleria a vista

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Gli oggetti di cartoleria sono una delle cose che più mi piacciono. Si tratta di un amore antico che mi porto dietro dall’infanzia, rimasto ancor oggi intatto. Da piccola collezionavo gomme di tutte le forme, la mia scrivania straripava di quaderni, colori, matite, biglietti, bigliettini.. I miei genitori, avendo intuito questa passione, sapevano che più di un giocattolo, di una bambola, di un vestito o di un qualunque altro oggetto avrei preferito un piccolo blocco note, un adesivo, una semplice penna in dono.
Non che fossi una creativa, ero assolutamente negata per il disegno e non avevo neanche la fantasia necessaria per provarci, non credo poi scrivessi chissà cosa, visto che questo succedeva già prima dei 6 anni.
Era proprio un’adorazione degli oggetti in sé, delle loro forme e colori, forse, inconsapevolmente, ero attratta dalle loro infinite possibilità, tanto più che mi sforzavo di lasciarli quasi integri: fogli e fogli di carta bianca e dai colori pastello, scatole di penarelli nella loro perfetta sequenza cromatica, matite affilate. Toccavo con mano, quasi accarezzando le pagine e mi avvicinavo anche per sentirne l’odore. Per me gli oggetti di cancelleria avevano un buon odore, ricordo forte quello delle matite e dei fogli. Se dovevo scegliere per quali strade passeggiare, di sicuro strascinavo il povero adulto di turno in una delle mie cartolerie preferite e cadevo in una totale contemplazione, camminando lenta lenta in ogni corridoio per non perdermi nessun particolare. Bene, nel tempo non penso sia cambiato tanto, scelte grafiche diverse probabilmente, ma nulla di più.
Arriviamo al punto: sono in ferie, e il mio studio (ho sempre desiderato avere uno studio), è un totale casino, un accumulo di scartoffie inutili e oggetti di ogni tipo stipati nei cassetti durante tutto questo anno a coprire letteralmente tutte le cose da me più amate.
Quindi ho deciso di affrontare la noiosa pratica “sistemiamo scrivania e cassetti” in maniera più creativa. Mi sono chiesta quale senso avesse tenere nascosto allo sguardo cose che ricerco in giro e che adoro guardare, quindi ho scelto di tirare fuori tutto ciò che più mi piace e di “metterlo a vista”.
La mia collezione di matite e matite colorate vintage nelle loro scatole originali, ereditate da mio padre, scatolette porta punti anni ’60, pennarelli, gomme, tutti i miei washi tape. Proseguirò poi con quaderni, block notes, biglietti e altro.
Ho deciso che dovevano essere parte integrante dell’arredo stesso del mio studio, per renderlo vivo dei suoi abitanti e rinvigorire la mia ispirazione attraverso le loro forme e colori. Essendo anche una appassionata ricercatrice di oggetti di seconda mano nei mercatini, tra cui bottiglie e contenitori di vario genere, ho deciso di coniugare le due cose, iniziando parte del riordino, organizzando la cartoleria nei miei contenitori vintage. Per ora li ho appoggiati su una mensola davanti alla scrivania, quando avrò finito la rassegna delle cose da esporre, li comporrò in maniera più organica.
I washi tape li ho messi in una scatola che dalle linee mi sembra risalire al decennio ’60-‘70, una scatola di legno e silver, trovata in un mercatino a 5 euro, che, tra l’altro, dietro riporta la firma “Bruckmann”, casa tedesca in attività dall’800 fino gli anni ’70. Ho scelto di lasciarla aperta, grazie al rotolo dello spago che sostiene il coperchio, proprio per far sfilare i colori dei washi tape allineati. I pennarelli sono finiti dentro un contenitore di ceramica bianca con la scritta “caramelle” (3 euro), e il resto in un cestino di fil di ferro.
Inutile dire la gratificazione che ho provato dopo il primo riassetto.
Tutto può diventare un complemento d’arredo, soprattutto quello che più ci appartiene e che definisce gli ambienti che abitiamo.
Far convivere il passato con il presente, i ricordi con la presenza quotidiana e ritrovare nuova ispirazione per il futuro. Ordinare, arredando.

R.N.

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Giorno 3: I piaceri semplici

wpid-wp-1440236227173.jpegRespirare l’aria della vacanza è uno dei piaceri in cui mi sono immersa oggi. E’ un’attività che richiede ricettività, occhi aperti, fiuto per quegli ‘evidenti particolari’ che i sensi spesso addormentati lasciano scivolare via, e un cuore grato.
La mattina inizia sempre sulla veranda dalla quale osservo la vita del campeggio scorrermi nel viale che ho di fronte mentre leggo o scrivo. E’ un’aria pulita, fresca ad avvolgermi, è uno sciame di bambini in bicicletta, una signora con il cane che passa tutti i giorni alla stessa ora, è uno sbirciare discreto la vita del vicinato che non lascia dubbi sul fatto che la giornata abbia qui un altro ritmo se pur scandito da pranzi e cene, da giorno e notte. Il tempo ha un incedere lento e rilassato e la gente sembra rimanervi sospesa. E’ un’aria silenziosa anche se abitata.
Sono divertita nel ritrovare ogni mattina il passaggio di piccole bianche automobili elettriche scoperte, che ufficializzano il fatto che io sia in vacanza, mi ricordano quelle di ‘Fantasilandia’ (Fantasy Island, serie televisiva degli anni ’80 tra le mie preferite) guidate da Tattoo e dal Sig. Roarke. Sentir parlare francese intorno rende tutto ancora più leggero.
L’aria di vacanza è un bambino minuscolo che cammina da solo vestito da piccolo esploratore con un cannocchiale al collo a ricordarmi che anche io sono ancora un po’ come lui. E’ scoprire i piccoli angoli nascosti dai più spettacolari panorami, è una stradina nel verde che porta alla spiaggia, è guardare il mare sentendone il rumore, la spesa nel supermercato locale, comprare qualche rivista francese (tutta soddisfatta me ne sono andata imbracciando 3 riviste diverse di arredamento, di cui due con doppio numero e Flow).
Di ispirazioni locali vado in cerca e il solo guardare attento mi riempie di idee e suggestioni.

RN