Il Sottovalutato “Tsunami Boom”

Da “analfabeta politica” senza alcuna velleità, ma da semplice attrice e spettatrice sociale, vorrei spendere due parole su quello che è accaduto in campagna elettorale e alle elezioni 2013, rispetto al Movimento 5 Stelle, così sintetizzabili:

Il fenomeno crescente che si è andato formando intorno al Movimento 5 Stelle doveva essere oggetto di un’analisi molto più attenta e profonda, da parte della classe politica e lo Tsunami Tour meritava senza dubbio una “osservazione partecipante” che ne avrebbe permesso una lettura migliore e non una semplificata banalizzazione, che non ha fatto altro che accrescerne la forza e l’impatto.

Sono stata allo Tsunami Tour per vedere con i miei occhi cosa stava accadendo e per farmene una personale idea senza la mediazione di alcun filtro. Mi sono subito saltate all’occhio delle banali cose, che non avevo colto dal racconto che mi era arrivato dai media:

1. Nella piazza non c’erano “grillini”, ma “Persone”. Non c’erano invasati che inneggiavano un comico assunto come loro vate, non c’erano cori ubriachi, né provocatori, né capoclaque. C’era un vasto campionario di umanità. C’erano persone: c’erano ragazzi e ragazze, giovani coppie con bambini (tanti), c’erano signori e signore di mezz’età, c’erano anziani, donne e uomini; insomma, non mancava nessuno. La piazza era eterogenea ed era intrisa di “quotidiano”, sapeva di realtà, di quello che ti passa tutti i giorni davanti agli occhi.Queste persone, poi, erano tutte molto attente, tutte molto concentrate, avevano un modo di presenziare il loro posto che suggeriva forte la loro esistenza in questo spazio di mondo. Era evidente che molti di loro erano lì per ascoltare e vedere, per passare al vaglio della loro ragione quel tipo di proposta, senza aver lasciato a casa il loro senso critico e la loro capacità di valutazione.

E, cosa ancor più chiara, tutte queste persone avevano una serie di bisogni inascoltati, dimenticati, una dose di malcontento e di insofferenza unita a una richiesta e a una speranza di cambiamento, a cui nessuno rispondeva più da molto tempo. Sembravano persone che non si sentivano più rappresentati da nessuno se non da loro stessi.

2. Più di metà dell’evento era incentrato sui candidati del M5S, che si susseguivano sul palco, ed era fatto dalle persone che ti ritrovavi intorno. Era gente concreta: più preparata di non pochi “professionisti della poltica”, con argomenti, condivisibili o meno, ma concreti e con una grande voglia di trasparenza e di onestà. Tutto questo rendeva facile l’identificazione. L’arringa di Grillo, sebbene straordinaria nella sua forza comunicativa, era solo una parte della manifestazione.

3. C’era un comune sentire tra le persone, un’empatia forte, che suscitava una certa dimenticata emozione. Ognuno, singolarmente, senza l’orchestrazione di alcuna mano invisibile, aveva portato lì il suo male di vivere e insieme la sua forza, la sua speranza e, in maniera quasi stupefacente, si riconosceva legato, come da un filo sottile a tutti gli altri. La partecipazione smetteva di essere lettera morta.

Grillo sicuramente ha saputo fornire a queste comuni istanze un contenitore, un canale e l’efficacia comunicativa che gli appartiene per renderle percorribili.

Aver bollato, invece, dall’esterno, frettolosamente queste persone come “grillini”, l’aver enfatizzato a dismisura l’aspetto del “personalismo”, aver ridotto e appiattito tutta questa gente (che era veramente tanta) alla persona e alla personalità di Grillo, è stata un’operazione di imbarazzante semplificazione che si è rivelata del tutto controproducente; una vera e propria incapacità di cogliere il nuovo che avanzava.

In alcuni casi, la carente analisi di una certa classe politica, l’utilizzo di sbrigativi termini che hanno reso miope la lettura di ciò che avveniva, ha condizionato anche alcuni argomenti della campagna, rendendoli inefficaci.

Per esempio Bersani ha costruito parte copiosa del suo discorso in netta antitesi a questa idea di “personalismo” politico, continuando a ripetere che lui non era “uno solo”, che “non si può accettare l’uomo solo al comando” (su @pbbersani – Twitter del leader del Pd – tweet del 22-02) e che dietro di lui c’era un partito intero: “siamo un grande collettivo. Siatene orgogliosi. Nessun uomo solo al comando, sono un combattente come voi. Dopo me c’è il Pd” (tweet del 20-02). E ancora: “noi abbiamo un’”arma” che gli altri non hanno. I nostri militanti il popolo delle primarie”; “noi siamo e resteremo un partito del lavoro” (tweet  22-02) etc.etc.

E’ chiaro che a Bersani sia sfuggito il particolare che dietro a Grillo non c’erano “grillini”, ma milioni di persone, e che non abbia capito che queste persone erano piuttosto restie e spaventate dall’idea del “grande partito”. Non è stato quindi in grado di capirne le esigenze, intercettarne i bisogni e fornir loro delle risposte. Bersani ha utilizzato un linguaggio “da partito” della vecchia politica, parlando soltanto “ai suoi”, tagliando spazi di comunicazione ai delusi del/dal partito, agli indecisi e al nuovo che emergeva, perdendo l’occasione di inglobarli e coinvolgerli. Non ha dialogato con il cittadino che era chiaramente l’attore sociale che voleva tornare a occuparsi della sfera pubblica (come hanno fatto, in maniera ovviamente diversa, Grillo e Berlusconi), ma si è rivolto strettamente “ai suoi”, al militante, quindi al partito stesso, sottovalutando in modo sorprendente quell’“uomo qualunque” tanto snobbato, quei cittadini stanchi del magna magna e quell’ondata di rinnovamento che chiedevano.

Come poteva incarnare il cambiamento senza vedere, includere e dialogare con le persone che chiedevano il cambiamento?!

Penso sia necessario avere sempre molta cura quando si ricorre all’utilizzo delle etichette per classificare fenomeni e persone perché queste ne precludono, in alcuni casi, la conoscenza e/o una comprensione migliore. Ovviamente un’etichetta è un’operazione di sintesi, che paga necessariamente lo scotto di una riduzione e una perdita di significato, ma si dovrebbero tentare delle soluzioni linguistiche che, almeno, “provino” a restituire “accenni” della complessità del fenomeno che si osserva, per non cadere nella banalizzazione.

L’ermeneutica politica prevalente del M5S ha lasciato invece imperversare parole come “grillini”, “personalismo” e “populismo”, che ne hanno drammaticamente condizionato l’osservazione, incatenandola a categorie che hanno impedito di andare oltre a scoprirne il suo vero bacino di utenza e i suoi bisogni, che si sarebbero dovuti intercettare per convincere nella direzione di un reale e possibile cambiamento nella e della politica anche dall’interno.

Cecità non ha visto le persone, sordità non ha sentito le loro richieste.

Al di là degli abusati concetti di populismo e personalismo, utilizzati per esorcizzare di volta in volta i vari nemici, i partiti politici candidati per il cambiamento dovrebbero (e avrebbero dovuto) intuire che senza capire e senza rispondere ad alcune esigenze reali delle persone non vanno più (e non sarebbero andati) da nessuna parte, che è finita l’epoca dell’autoreferenzialità della politica.

Lo Tsunami Tour è stato, palesemente, al di là dei singoli credo politici, l’unico elemento veramente innovativo, introdotto da una forza in gara, della campagna elettorale 2013. Ha reso visibile un circolo virtuoso, un sodalizio senza pari: la forza della Piazza e dell’incontro faccia a faccia che ha consentito di rinsaldare fisicamente e emotivamente quella comunità, creatasi attraverso Internet, unitamente alla capillarità della Rete che ha saputo alimentarla e sostenerla, consentendo, la diffusione, la conoscenza, la penetrazione, l’analisi, lo scambio, l’interazione relativamente ai suoi contenuti e al Tour.

Recupera un fatto antico come il comizio, non solo, semplicemente, vestendolo di nuovo, con  l’appeal  del “comico” che svecchia modi, toni, movenze sul palco e che restituisce carica vitale ed energia al discorso pubblico, ma strappandogli anche con forza quella unidirezionalità. Viene lavato via quel suo carattere ormai unilaterale e autoreferenziale, una delle ragioni che ne aveva sancito il tramonto, grazie al radicamento nella Rete e nelle persone, alla capacità di interpretare e rispondere ad alcuni chiari bisogni emergenti attraverso il dialogo attivato su e reso possibile da Blog, Facebook, Twitter.

Lo Tsunami Tour mi sembra l’unico elemento veramente innovativo progettato da una forza candidata per la campagna elettorale 2013, l’unico chiaro elemento di rottura rispetto al passato, coscientemente costruito, operando una sintesi creativa tra il vecchio (la Piazza) e il nuovo (la Rete), con un risultato a misura del cittadino del III millennio.

E non c’era veramente modo migliore di chiamarlo.. meriterebbero un Oscar alla Comunicazione, perché non solo era uno Tsunami, in riferimento a contenuti che si sarebbero rivelati vincenti, alla travolgente forza della contestazione alla Casta e alla politica vecchio stampo e tutto quello che si può aggiungere, ma anche relativamente a tale connubio Piazza-Rete che ha saputo generare una vera onda anomala di diffusione, aggregazione e di partecipazione, mai vista fino ad ora.

Uno Tsunami che si è abbattuto su quelli che credevano bastasse parlare da soli in Tv, senza confronti, su quelli che ritenevano che il cambiamento potesse essere rappresentato dal dire “cose  vecchie con il vestito nuovo” (cit. F.Guccini, Canzone quasi d’amore) – e in alcuni casi il vestito è stato scelto anche male -, su quelli che pensavano di usare i Social Network a senso unico, senza ascoltare, solo per presenziarli, su quelli che hanno peccato di arroganza, prescindendo ancora una volta dal malcontento crescente dei cittadini, credendo di poter continuare a vendere soluzioni “a misura di partito” e riducendo a “populismo” e a “personalismo” ciò che veniva rappresentato dal M5S.

Insomma, se, come simpaticamente ironizzava il Crozza-Bersani durante la campagna, non si poteva “fermare l’acqua con le mani”, figuriamoci come avrebbero potuto fermare uno Tsunami.

Altre analisi sull’argomento sicuramente più autorevoli della mia:

quella di G.Boccia Artieri Il senso della Rete per la politica: le prime elezioni italiane che scorrono online 

e di Giovanna Cosenza Elezioni 2013: Perché il centrosinistra ha perso voti a favore di M5S

Buone Riflessioni,

R.N.

Riproduzione Vietata

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